I pm: «Preventivi sovrastimati e fatture gonfiate a danno di Rfi, che ignaro, pagava lo smaltimento dei fanghi estratti come rifiuto speciale. Ma la coop rossa li avrebbe poi portati in discarica pagandoli come terra normale»
I camion smaltivano, Ferrovie dello Stato pagavano e Coopsette, tramite la controllata Nodavia, intascava. Gli inquirenti della Procura di Firenze hanno ricostruito la complessa vicenda del presunto traffico di rifiuti creatisi con la perforazione del tunnel di 7 km sotto la città di Firenze per la realizzazione del tratto dell’Alta Velocità. Un complesso reticolo di passaggi che secondo gli inquirenti, tramite preventivi gonfiati e fatture non rispondenti all’effettivo lavoro svolto, hanno finito per far finire nelle casse della coop rossa di Castelnovo Sotto 15 milioni di euro che invece sarebbero dovuti rimanere nelle casse del committente pubblico.
Le accuse della Procura
Gli inquirenti ipotizzano diversi reati a carico di Furio Saraceno, presidente di Nodavia (Coop7) e Paolo Bolondi, dirigente della coop reggiana, «quale responsabile per Coopsette dei flussi finanziari di pagamento ai subbappaltatori». In particolare la truffa ai danni di Rfi e il traffico illecito di rifiuti in violazione alla disciplina sul recupero e lo smaltimento dei rifiuti.
La talpa “Monna Lisa” produce rifiuti inquinanti
Fine 2010 e inizio 2011. Per la realizzazione del tunnel di 7 km e mezzo sotto Firenze la mega fresa Monna Lisa deve utilizzare particolari sostanze per estrarre la terra di scavo. Si tratta dunque di un procedimento chimico fisico che produce terra estratta miscelata però ad additivi, saponi e schiume. La gigantesca fresa poi rilascia oli lubrificanti e sostanze inquinanti in fase di rilascio. Non si tratta dunque di una semplice estrazione di terra che può essere reimmessa in ambiente come semplice materia prima. Ma un vero e proprio scarto industriale sottoposto a precise disposizioni e costi nel suo smaltimento in discarica e presso centri appositi. Un rifiuto speciale quantificato in oltre 400mila tonnellate.
Rifiuti non trattati...
La procura, attraverso numerose intercettazioni e dopo un’attenta verifica dei documenti in possesso a Coopsette ha ipotizzato che per lo smaltimento dei rifiuti non sia stato messo in «atto un trattamento corretto secondo adeguate procedure di cautela ambientale». Un trattamento che doveva essere finalizzato alla trasformazione fisica del rifiuto prima di essere portato in discarica. E le stesse discariche venivano indotte a credere che i fanghi conferiti fossero già stati trattati secondo le procedure corrette, quando invece per quei trattamenti mancavano le autorizzazioni. In sostanza, invece di separare correttamente le acque, i rifiuti venivano trattati in maniera sommaria e abusiva.
...Ma venivano pagati
pagati come tali
Perchè Nodavia e Coopsette avrebbero eluso la disciplina? Secondo i pm dell’inchiesta, Furio Saraceno e Coopsette avrebbero operato «per conseguire il massimo profitto possibile al fine di sottrarre gli scarti di produzione dalla disciplina dei rifiuti».
Il meccanismo è semplice. Il Gip Pezzuti avvalora la tesi dei Pm secondo la quale Rfi pagava a Nodavia-Coopsette lo smaltimento dei rifiuti come tale, mentre la coop li smaltiva a costi inferiori rispetto a quelli dichiarati tramite la compiacenza di alcune ditte di smaltimento.
«Un ingiusto profitto
di 15 milioni di euro».
E’ quantificata in questa cifra la truffa ai danni di Ferrovie dello Stato. Esaminando le tabelle di conferimento rifiuti si scopre che «con artifici e raggiri i responsabili di Nodavia (Saraceno) e Coopsette (Bolondi) avrebbero gonfiato anzitutto i preventivi delle ditte per lo smaltimento rifiuti. In buona sostanza Rfi pagava lo smaltimento 105 euro a tonnellata a Nodavia in quanto rifiuto speciale, da trattare con costi maggior rispetto ad un qualunque materiale di risulta o di scavo. Ma Nodavia e Coopsette, attraverso un pretrattamento abusivo e non conforme, subappaltava il lavoro a diverse ditte per soli 40-50 euro a tonnellata. L’ingiusto profitto veniva così erogato a Nodavia-Coopsette da Rfi attraverso gli stati di avanzamento lavori e non come rimborso diretto allo smaltitore. In questo modo Rfi non aveva modo di verificare nel dettaglio la portata della spesa sostenuta da Nodavia-Coopsette, che risultava essere dunque di gran lunga inferiore a quanto speso realmente.
Le testimonianza
dei trasportatori
Il riscontro principale che è servito agli inquirenti per ipotizzare la truffa è dato principalmente dall’acquisizione della documentazione contabile e dalle testimonianze degli stessi subappaltatori. Ad esempio Stefano Bacci della Hidra srl di Prato ha confermato di aver «emesso fatture per la gestione dei fanghi per oltre diversi milioni di euro, che gli sono stati pagati solo in parte e con modalità che lui ha ritenuto viziate da costrizione (cessione di quote riferibili a Coopsette per oltre due miliuoni di euro)». La testimonianza dello smaltitore, secondo i pm dimostrerebbe «come il prezzo pagato dalla stazione appaltante (Rfi e Italferr) fosse chiaramente gonfiato».
Esisteva dunque un doppio contratto tra Nodavia-Coopsette e i subappaltatori come evidenziato da Oliviero Bencini della Ecogest di Prato. Ad esempio: c’era un prezzo da esibire a Rfi e uno realmente concordato da pagare, 123 euro/ton a fronte di 50 euro/ton realmente pagate allo smaltitore.
Stessa sorte per Lazzaro Ventrone della Veca sud di Maddaloni (Caserta), che ha confermato di essere stato pagato per 40 euro/ton comprensivo di trasporto e che i 100 euro/ton erano sicuramente superiori al prezzo di mercato.
Un triangolo blindato
Il meccanismo consentiva così a Nodavia di controllare il triangolo Rfi-Nodavia-smaltitori anche perchè la forma di pagamento concordata con Rfi consentiva di aggirare ogni verifica da parte dell’appaltatore. Per i primi due mesi di scavo infatti, documentano i Pm, i pagamenti per lo smaltimento dei rifiuti avvenivano attraverso un meccanismo di rimborso che escludeva di fatto Nodavia-Coopsette. «Ciò avvenne per i primi due mesi del 2011 - si legge nell’ordinanza -. Poi Nodavia pensò bene di proporre un nuovo prezzo da concordare con Italferr così da far entrare tale prestazione nel prezzo complessivo dell’appalto». Una differenza evidente: nel primo caso il pagamento avveniva direttamente allo smaltitore con fattura emessa da Rfi con «impossibilità di frode del prezzo». Nel secondo caso invece, con Nodavia-Coopsette al centro del triangolo, Rfi pagava all’emissione degli stati di avanzamento lavori (Sal) senza la possibilità di visionare le fatture emesse dagli smaltitori. Ed è su questo passaggio che Nodavia avrebbe lucrato sul prezzo di smaltimento. Questo avveniva anche perchè Saraceno e Bolondi si «facevano dare un falso preventivo dagli smaltitori da esibire a Italferr e Rfi per far vedere quanto gli sarebbe costato» per una procedura considerata dall’appaltatore regolare per la normativa dei rifiuti. Poi provvedevano a «formare un prezzo incongruo a danno della committenza».
FIRENZE - I camion smaltivano, Ferrovie dello Stato pagavano e Coopsette, tramite la controllata Nodavia, intascava. Gli inquirenti della Procura di Firenze hanno ricostruito la complessa vicenda del presunto traffico di rifiuti creatisi con la perforazione del tunnel di 7 km sotto la città di Firenze per la realizzazione del tratto dell’Alta Velocità.
Un complesso reticolo di passaggi che secondo gli inquirenti, tramite preventivi gonfiati e fatture non rispondenti all’effettivo lavoro svolto, hanno finito per far finire nelle casse della coop rossa di Castelnovo Sotto 15 milioni di euro che invece sarebbero dovuti rimanere nelle casse del committente pubblico.
Le accuse della Procura
Gli inquirenti ipotizzano diversi reati a carico di Furio Saraceno, presidente di Nodavia (Coop7) e Paolo Bolondi, dirigente della coop reggiana, «quale responsabile per Coopsette dei flussi finanziari di pagamento ai subbappaltatori». In particolare la truffa ai danni di Rfi e il traffico illecito di rifiuti in violazione alla disciplina sul recupero e lo smaltimento dei rifiuti.
La talpa “Monna Lisa” produce rifiuti inquinanti
Fine 2010 e inizio 2011. Per la realizzazione del tunnel di 7 km e mezzo sotto Firenze la mega fresa Monna Lisa deve utilizzare particolari sostanze per estrarre la terra di scavo. Si tratta dunque di un procedimento chimico fisico che produce terra estratta miscelata però ad additivi, saponi e schiume. La gigantesca fresa poi rilascia oli lubrificanti e sostanze inquinanti in fase di rilascio. Non si tratta dunque di una semplice estrazione di terra che può essere reimmessa in ambiente come semplice materia prima. Ma un vero e proprio scarto industriale sottoposto a precise disposizioni e costi nel suo smaltimento in discarica e presso centri appositi. Un rifiuto speciale quantificato in oltre 400mila tonnellate.
Rifiuti non trattati...
La procura, attraverso numerose intercettazioni e dopo un’attenta verifica dei documenti in possesso a Coopsette ha ipotizzato che per lo smaltimento dei rifiuti non sia stato messo in «atto un trattamento corretto secondo adeguate procedure di cautela ambientale». Un trattamento che doveva essere finalizzato alla trasformazione fisica del rifiuto prima di essere portato in discarica. E le stesse discariche venivano indotte a credere che i fanghi conferiti fossero già stati trattati secondo le procedure corrette, quando invece per quei trattamenti mancavano le autorizzazioni. In sostanza, invece di separare correttamente le acque, i rifiuti venivano trattati in maniera sommaria e abusiva.
....Ma venivano pagati pagati come tali
Perchè Nodavia e Coopsette avrebbero eluso la disciplina? Secondo i pm dell’inchiesta, Furio Saraceno e Coopsette avrebbero operato «per conseguire il massimo profitto possibile al fine di sottrarre gli scarti di produzione dalla disciplina dei rifiuti». Il meccanismo è semplice. Il Gip Pezzuti avvalora la tesi dei Pm secondo la quale Rfi pagava a Nodavia-Coopsette lo smaltimento dei rifiuti come tale, mentre la coop li smaltiva a costi inferiori rispetto a quelli dichiarati tramite la compiacenza di alcune ditte di smaltimento.
«Un ingiusto profitto di 15 milioni di euro».
E’ quantificata in questa cifra la truffa ai danni di Ferrovie dello Stato. Esaminando le tabelle di conferimento rifiuti si scopre che «con artifici e raggiri i responsabili di Nodavia (Saraceno) e Coopsette (Bolondi) avrebbero gonfiato anzitutto i preventivi delle ditte per lo smaltimento rifiuti. In buona sostanza Rfi pagava lo smaltimento 105 euro a tonnellata a Nodavia in quanto rifiuto speciale, da trattare con costi maggior rispetto ad un qualunque materiale di risulta o di scavo. Ma Nodavia e Coopsette, attraverso un pretrattamento abusivo e non conforme, subappaltava il lavoro a diverse ditte per soli 40-50 euro a tonnellata. L’ingiusto profitto veniva così erogato a Nodavia-Coopsette da Rfi attraverso gli stati di avanzamento lavori e non come rimborso diretto allo smaltitore. In questo modo Rfi non aveva modo di verificare nel dettaglio la portata della spesa sostenuta da Nodavia-Coopsette, che risultava essere dunque di gran lunga inferiore a quanto speso realmente.
Le testimonianze dei trasportatori
Il riscontro principale che è servito agli inquirenti per ipotizzare la truffa è dato principalmente dall’acquisizione della documentazione contabile e dalle testimonianze degli stessi subappaltatori. Ad esempio Stefano Bacci della Hidra srl di Prato ha confermato di aver «emesso fatture per la gestione dei fanghi per oltre diversi milioni di euro, che gli sono stati pagati solo in parte e con modalità che lui ha ritenuto viziate da costrizione (cessione di quote riferibili a Coopsette per oltre due miliuoni di euro)». La testimonianza dello smaltitore, secondo i pm dimostrerebbe «come il prezzo pagato dalla stazione appaltante (Rfi e Italferr) fosse chiaramente gonfiato». Esisteva dunque un doppio contratto tra Nodavia-Coopsette e i subappaltatori come evidenziato da Oliviero Bencini della Ecogest di Prato. Ad esempio: c’era un prezzo da esibire a Rfi e uno realmente concordato da pagare, 123 euro/ton a fronte di 50 euro/ton realmente pagate allo smaltitore. Stessa sorte per Lazzaro Ventrone della Veca sud di Maddaloni (Caserta), che ha confermato di essere stato pagato per 40 euro/ton comprensivo di trasporto e che i 100 euro/ton erano sicuramente superiori al prezzo di mercato.
Un triangolo blindato
Il meccanismo consentiva così a Nodavia di controllare il triangolo Rfi-Nodavia-smaltitori anche perchè la forma di pagamento concordata con Rfi consentiva di aggirare ogni verifica da parte dell’appaltatore. Per i primi due mesi di scavo infatti, documentano i Pm, i pagamenti per lo smaltimento dei rifiuti avvenivano attraverso un meccanismo di rimborso che escludeva di fatto Nodavia-Coopsette. «Ciò avvenne per i primi due mesi del 2011 - si legge nell’ordinanza -. Poi Nodavia pensò bene di proporre un nuovo prezzo da concordare con Italferr così da far entrare tale prestazione nel prezzo complessivo dell’appalto». Una differenza evidente: nel primo caso il pagamento avveniva direttamente allo smaltitore con fattura emessa da Rfi con «impossibilità di frode del prezzo». Nel secondo caso invece, con Nodavia-Coopsette al centro del triangolo, Rfi pagava all’emissione degli stati di avanzamento lavori (Sal) senza la possibilità di visionare le fatture emesse dagli smaltitori. Ed è su questo passaggio che Nodavia avrebbe lucrato sul prezzo di smaltimento. Questo avveniva anche perchè Saraceno e Bolondi si «facevano dare un falso preventivo dagli smaltitori da esibire a Italferr e Rfi per far vedere quanto gli sarebbe costato» per una procedura considerata dall’appaltatore regolare per la normativa dei rifiuti. Poi provvedevano a «formare un prezzo incongruo a danno della committenza».
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