Salvare la «baracca» e portare le «mutande in lavanderia». Con la consapevolezza, però, che «tutto quello che è stato fatto fino ad adesso, è difficile da spiegare». E un sospetto, quello di Marco Monari: chissà «quanti Nanni ci sono qui dentro...», riferendosi all’ex consigliere regionale Idv, condannato in primo grado per le spese del suo gruppo. Sono le parole dei capigruppo regionali, messe nero su bianco nelle trascrizioni di registrazioni risalenti al settembre-ottobre 2012 consegnate da Andrea Defranceschi alla Procura di Bologna il 28 maggio 2013 e riportate ieri dall’agenzia Dire. Si tratta, nel dettaglio, di tre distinte tracce audio che sono state analizzate dal nucleo Polizia tributaria della Guardia di finanza. Ora, sono agli atti dell’inchiesta che vede indagati 41 consiglieri regionali. La prima registrazione è datata 26 settembre. La riunione, successiva allo scoppio del caso sulle tv a pagamento, serve a discutere di possibili contromisure da prendere per il futuro, ma dà anche l’idea della preoccupazione con cui i capogruppo guardano alla acquisizione da parte della Corte dei conti dei rendiconti. «Se stiamo insieme proviamo a tenere aperto il negozio che è di tutti - sono le parole attribuite all’allora capogruppo Pd Monari - il negozio non è di uno in particolare. I rendiconti sono le mutande nostre è chiaro?». E ancora: «Noi alla Corte dei conti gli stiamo dando le chiavi di casa, gli stiamo dando la casa». Dentro ai rendiconti, ricorda Monari, «ci sono: le consulenze, le cancellerie, c’è tutto, tutto e se uno è capace, cioè ha fatto la seconda magistrale e mette due fogli contro il vetro, vede gli incroci. Bisogna saperlo, perchè poi le mosse che facciamo per il futuro, cioè il tentativo di portare le mutande in lavanderia, sono per il futuro».
Il democratico invita quindi a fare «una discussione seria tra gente che tiene a cura la baracca», cioè la Regione. «Ve lo dico perchè i rendiconti sono i rendiconti. C’è tutto! Quello che i giornalisti vogliono, il panino con la mortadella, nei rendiconti c’è, c’è, c’è!», compresi «ristoranti» e «cesso».
All’allora presidente dell’Assemblea legislativa, Matteo Richetti è attribuita l’osservazione per cui «la parte più critica delle spese l’abbiamo su questo: pranzi, cene e rimborsi chilometrici». E ancora: «Per il clima che c’è, noi ci possiamo permettere la trasparenza quando togliamo la morbosità degli spaghetti, del caviale, delle aragosta, di cosa abbiamo mangiato io, Monari e Villani a pranzo».
Gian Guido Naldi, capogruppo Sel-Verdi: «Per quanto riguarda l’azzeramento delle spese di rappresentanza io negli ultimi sette mesi mi sono già adeguato, pago di tasca mia e buonanotte, pensando a quello che sta per succedere». Ancora Monari: «E’ inutile che ci guardiamo con le facce beote, gli scontrini ci sono, c’è lo scontrino del pub, lo scontrino del panino... Questo mi serve per dire che tutto quello che non è raccontabile non si può più fare». Ma «tutto quello che è stato fatto fino ad adesso, è difficile da spiegare». La seconda riunione informale dei capigruppo registrata dal consigliere M5s è del 1 ottobre ma negli atti consegnati ai consiglieri viene riportata solo una serie di considerazioni attribuite a Monari, che di dice «in difficoltà materiale» a mettere online le spese di rappresentanza del suo maxi-gruppo di 25 consiglieri e invita il Movimento 5 stelle a non «cavalcare» la vicenda. «La mia rappresentanza sono quattro armadi. Peraltro, c’è anche roba che, viva Dio, se me la chiede la Finanza sono obbligato, se la devo mettere io, ci guardo bene prima di metterle». Ad esempio, «ci può essere uno scontrino pagato con una carta di credito personale che è andato lì in mezzo. lo voglio dire, ci può essere. In una roba del genere, ci può essere una cena, ci può essere un pieno di benzina, ci può essere un albergo. Oh... non è peculato, non è reato, quello lì è un errore».
La terza traccia riguarda un lungo colloquio tra lo stesso Andrea Defranceschi e il direttore generale dell’assemblea legislativa Luigi Bendedetti, registrata all’insaputa di quest’ultimo. L’obiettivo come rileva la Finanza, «è quello di fare emergere procedure e meccanismi mediante i quali si rendono legittime spese che altrimenti non lo sarebbero, ed in parte tale meccanismo viene raggiunto». Però secondo gli inquirenti il consigliere cade lui stesso nel tranello. Ad un certo punto chiede a Benedetti: «Se io faccio una manifestazione che si chiama campagna elettorale Massimo Bugani candidato sindaco, quello lì è un problema?». Defranceschi, obiettano gli investigatori, «non si rende conto che ciò che vorrebbe registrare per farne uno strumento di battaglia politica e giudiziaria è, in realtà, ciò che lui stesso risulta aver fatto». Prova, secondo gli investigatori, ne è lo scontrino da 39 euro del 7 luglio 2010, quando Defranceschi fece una «Cena con Bugani candidato sindaco M5s» alla Piazza di Pino di Bologna.
Salvare la «baracca» e portare le «mutande in lavanderia». Con la consapevolezza, però, che «tutto quello che è stato fatto fino ad adesso, è difficile da spiegare». E un sospetto, quello di Marco Monari: chissà «quanti Nanni ci sono qui dentro...», riferendosi all’ex consigliere regionale Idv, condannato in primo grado per le spese del suo gruppo. Sono le parole dei capigruppo regionali, messe nero su bianco nelle trascrizioni di registrazioni risalenti al settembre-ottobre 2012 consegnate da Andrea Defranceschi alla Procura di Bologna il 28 maggio 2013 e riportate ieri dall’agenzia Dire. Si tratta, nel dettaglio, di tre distinte tracce audio che sono state analizzate dal nucleo Polizia tributaria della Guardia di finanza. Ora, sono agli atti dell’inchiesta che vede indagati 41 consiglieri regionali. La prima registrazione è datata 26 settembre. La riunione, successiva allo scoppio del caso sulle tv a pagamento, serve a discutere di possibili contromisure da prendere per il futuro, ma dà anche l’idea della preoccupazione con cui i capogruppo guardano alla acquisizione da parte della Corte dei conti dei rendiconti. «Se stiamo insieme proviamo a tenere aperto il negozio che è di tutti - sono le parole attribuite all’allora capogruppo Pd Monari - il negozio non è di uno in particolare. I rendiconti sono le mutande nostre è chiaro?». E ancora: «Noi alla Corte dei conti gli stiamo dando le chiavi di casa, gli stiamo dando la casa». Dentro ai rendiconti, ricorda Monari, «ci sono: le consulenze, le cancellerie, c’è tutto, tutto e se uno è capace, cioè ha fatto la seconda magistrale e mette due fogli contro il vetro, vede gli incroci. Bisogna saperlo, perchè poi le mosse che facciamo per il futuro, cioè il tentativo di portare le mutande in lavanderia, sono per il futuro». Il democratico invita quindi a fare «una discussione seria tra gente che tiene a cura la baracca», cioè la Regione. «Ve lo dico perchè i rendiconti sono i rendiconti. C’è tutto! Quello che i giornalisti vogliono, il panino con la mortadella, nei rendiconti c’è, c’è, c’è!», compresi «ristoranti» e «cesso».All’allora presidente dell’Assemblea legislativa, Matteo Richetti è attribuita l’osservazione per cui «la parte più critica delle spese l’abbiamo su questo: pranzi, cene e rimborsi chilometrici». E ancora: «Per il clima che c’è, noi ci possiamo permettere la trasparenza quando togliamo la morbosità degli spaghetti, del caviale, delle aragosta, di cosa abbiamo mangiato io, Monari e Villani a pranzo». Gian Guido Naldi, capogruppo Sel-Verdi: «Per quanto riguarda l’azzeramento delle spese di rappresentanza io negli ultimi sette mesi mi sono già adeguato, pago di tasca mia e buonanotte, pensando a quello che sta per succedere». Ancora Monari: «E’ inutile che ci guardiamo con le facce beote, gli scontrini ci sono, c’è lo scontrino del pub, lo scontrino del panino... Questo mi serve per dire che tutto quello che non è raccontabile non si può più fare». Ma «tutto quello che è stato fatto fino ad adesso, è difficile da spiegare». La seconda riunione informale dei capigruppo registrata dal consigliere M5s è del 1 ottobre ma negli atti consegnati ai consiglieri viene riportata solo una serie di considerazioni attribuite a Monari, che di dice «in difficoltà materiale» a mettere online le spese di rappresentanza del suo maxi-gruppo di 25 consiglieri e invita il Movimento 5 stelle a non «cavalcare» la vicenda. «La mia rappresentanza sono quattro armadi. Peraltro, c’è anche roba che, viva Dio, se me la chiede la Finanza sono obbligato, se la devo mettere io, ci guardo bene prima di metterle». Ad esempio, «ci può essere uno scontrino pagato con una carta di credito personale che è andato lì in mezzo. lo voglio dire, ci può essere. In una roba del genere, ci può essere una cena, ci può essere un pieno di benzina, ci può essere un albergo. Oh... non è peculato, non è reato, quello lì è un errore».La terza traccia riguarda un lungo colloquio tra lo stesso Andrea Defranceschi e il direttore generale dell’assemblea legislativa Luigi Bendedetti, registrata all’insaputa di quest’ultimo. L’obiettivo come rileva la Finanza, «è quello di fare emergere procedure e meccanismi mediante i quali si rendono legittime spese che altrimenti non lo sarebbero, ed in parte tale meccanismo viene raggiunto». Però secondo gli inquirenti il consigliere cade lui stesso nel tranello. Ad un certo punto chiede a Benedetti: «Se io faccio una manifestazione che si chiama campagna elettorale Massimo Bugani candidato sindaco, quello lì è un problema?». Defranceschi, obiettano gli investigatori, «non si rende conto che ciò che vorrebbe registrare per farne uno strumento di battaglia politica e giudiziaria è, in realtà, ciò che lui stesso risulta aver fatto». Prova, secondo gli investigatori, ne è lo scontrino da 39 euro del 7 luglio 2010, quando Defranceschi fece una «Cena con Bugani candidato sindaco M5s» alla Piazza di Pino di Bologna.
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